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Alto Adige, convivenza ferita nella «guerra» dei cartelli

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Alto Adige, convivenza ferita nella «guerra» dei cartelli

Inchiesta di Diego Andreatta

Si torna a litigare sui toponimi? Allora è la volta buona per sostituire anche il nome italiano Vetta d’Italia e quello tedesco Klockerkarkopv. «Chiamiamola Europaspitze – Vetta d’Europa!». Vola alto l’associazione Mountain Wilderness. Ma vola ben al di sopra la contesa etnica sulla toponomastica, che si è riaperta in questo mese in Alto Adige (dove il 70% della popolazione è di lingua tedesca).

Lo statuto d’autonomia imporrebbe che i toponimi – sia in pianura che in montagna – fossero bilingui, ma “sul terreno” molti cartelli sono ancora monolingui e circa 8mila toponimi sono contestati perché «di parte» o «artificiosi» (quelli del periodo fascista) da gruppi di lingua tedesca o, per motivi analoghi, di lingua italiana.

Il dibattito si era riacceso nel 2009, quando il Cai chiese di ripristinare il bilinguismo nei sentieri di montagna, e poi nel 2012, quando la fresca legge provinciale in materia fu impugnata dal governo Monti davanti alla Corte Costituzionale. 

Ai primi d’agosto è scoppiato di nuovo attorno ad un accordo parziale tra il governatore Luis Durnwalder e il ministro agli Affari regionali Graziano Delrio (in vista del memorandum firmato il 5 agosto dal premier Letta a Bolzano) che hanno deliberato su 1.526 toponimi solo di montagna, con alcune scelte contestate nel merito e soprattutto nel metodo. «Abbiamo lavorato sulla base dei criteri individuati due anni prima assieme al ministro Fitto», si è difeso Durnwalder, rispondendo ai partiti della destra italiana che lo accusavano di «un lavoro sporco, un inciucio trasversale», come ha detto Alessandro Urzì, di “Alto Adige nel cuore”. Ma l’intesa ha deluso anche i leader alleati del centrosinistra, rimasti esclusi dal confronto romano: «Quest’approccio è sbagliato perché una questione così spinosa non si risolve facendo delle conte, per di più in un ristretto gruppo di persone», ha dichiarato il verde Florian Kronbichler, parlamentare di lingua tedesca, che si è lamentato col ministro Delrio ottenendo la promessa di una consultazione più ampia nei prossimi passaggi.

Inarrestabile la valanga di commenti sui social network di Bolzano. A conferma che la toponomastica fa ancora scintille, sulle quali soffiare ad ogni ricorrenza utile. E giovedì 5 settembre è l’ anniversario dell’Accordo di Parigi del 1946 con cui Alcide De Gasperi e il collega ministro degli esteri austriaco Karl Gruber davano una garanzia costituzionale alla popolazione di lingua tedesca e ladina, prevedendo che la toponomastica debba essere bilingue (o trilingue nelle aree ladine). Da allora alcuni nomi sono andati persi o risultano “intraducibili”, altri storpiati o inventati per assonanza o analogia, altri forzatamente cancellati in un braccio di ferro, spesso strumentale, fra alcuni gruppi della popolazione di lingua tedesca e italiana.

La storia viene riletta in modo diverso. Non si riconosce che gran parte dei toponimi nascono di origine tedesca, ma anche che molti centri – come Merano e Brunico – hanno da sempre il loro nome italiano. Si ricorda la forzata italianizzazione fascista ad opera del cartografo irredentista Ettore Tolomei, il quale peraltro già nel 1916 aveva concluso il suo “Prontuario” sui termini italiani. O s’invoca il criterio scientifico dell’uso, ma scontrandosi con le numerose varianti locali.

Una via d’uscita? «Il problema di fondo non è quanti e quali toponimi salvare – osserva pacatamente Paolo Valente, storico meranese, – ma è il riferimento al principio basilare per cui un gruppo linguistico non può decidere sugli usi (linguistici) di un altro gruppo linguistico (minoritario). È un principio che si pone a fondamento di una convivenza autentica e non solo di facciata». In altre parole, esemplifica Valente, in Alto Adige solo i tedeschi devono avere la facoltà di decidere quali sono i nomi tedeschi da usare. Così pure gli italiani e i ladini.

(Da avvenire.it 3/9/2013)

 

 

 

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