Politica e lingue

Anglocolonialismo anche con la Brexit: In cattedra solo se parli inglese.

Gli 80mila docenti precari che nei prossimi dieci anni saliranno in cattedra alle scuole medie e superiori, messi in fila dal concorso per titoli e colloquio che si terrà in Primavera, dovranno mostrare confidenza con l’inglese parlato.

56Letture

Scuola, si cambia.

Da professore a teacher in cattedra solo se si parla inglese.

La nuova prova già nel concorso che si terrà la prossima primavera con ottantamila candidati

Gli 80mila docenti precari che nei prossimi dieci anni saliranno in cattedra alle scuole medie e superiori, messi in fila dal concorso per titoli e colloquio che si terrà in Primavera, dovranno mostrare confidenza con l’inglese parlato (e in casi minori con il francese, lo spagnolo, il tedesco, a scelta). I prof precari davanti alla commissione esaminatrice, mostrando una preparazione a livello B2, che poi è l’intermedio superiore, quello dell’autonomia linguistica, dovranno tenere una lezione in inglese e spiegare le “scelte didattiche e metodologiche in relazione ai contenuti disciplinari”. Non una passeggiata. Lo dice l’articolo 8 del Decreto legislativo numero 59, il nuovo concorso per precari, appunto, e spiega che la prova orale in inglese – o in francese – potrà valere al massimo tre dei quaranta punti. Gli stessi che garantisce il colloquio informatico. Lo stesso metro di conoscenza B2 viene applicato per i posti messi a bando sul sostegno, i docenti chiamati ad aiutare gli alunni con certificazioni o handicap. Per le classi di concorso specificatamente di Lingua straniera la prova orale si svolgerà “interamente” nella lingua scelta, ma questo è così da un pezzo. Non è certo, tuttavia, che dall’altra parte ci saranno orecchie allenate a comprendere lezioni in idioma non italiano: il bando, infatti, prevede la nomina di “docenti di lingua”, altrimenti detti membri aggregati, laddove la commissione non fosse all’altezza della novità.

L’inglese cresce in una scuola italiana che cerca una modernizzazione necessaria, provando a superare retaggi formativi antichi. Fu l’ex ministra dell’Istruzione Stefania Giannini, glottologa di formazione, a introdurre per il gigantesco concorso 2016 la lingua straniera nella prova scritta (per la prossima prova per docenti già abilitati, quella in Primavera, non è previsto scritto). Nel 2016, su otto domande previste, due erano in lingua straniera e obbligatoriamente in inglese per la scuola primaria.

La conoscenza del secondo idioma ora è chiesta anche ai presidi: il prossimo concorso per dirigenti scolastici, 2.425 assunti, preselezione marzo-aprile 2018, prevede due quesiti in lingua, cinque domande per ogni quiz e risposta chiusa (le crocette) a proposito “dell’organizzazione degli ambienti di apprendimento e dei sistemi educativi europei”.

I corsi solo in inglese avanzano anche all’università, pubblica e privata. La Corte costituzionale ha ribadito la centralità della lingua italiana nell’offerta formativa degli atenei statali, ma i rettori procedono come treni: il Politecnico di Milano e Ca` Foscari di Venezia su tutti. L’inglese è ormai centrale anche alla scuola materna, eppure l’ultima ricerca del Miur sull’argomento – febbraio 2015 – ha detto che l’84 per cento delle scuole lo offre (1.430 su 1.740), ma un docente su cinque ha una bassa abilitazione e non esistono aule dedicate. La competenza linguistica della maggior parte dei docenti di riferimento si attesta all’interno dei livelli B1 e B2. Se si allarga il tiro alle superiori, e si seguono i risultati di una ricerca della Fondazione Intercultura (ottobre 2015), solo il 18 per cento degli insegnanti si può definire strutturato sulla lingua straniera. 1l 57 per cento, assai local, ha ammesso di avere lacune e definito il proprio grado di preparazione basso.

Sul fronte dell’ultimo concorso della scuola, intanto, c’è da registrare una novità: la validità delle graduatorie è stata prorogata di un anno, grazie un emendamento ad hoc alla manovra approvato dalla Commissione bilancio della Camera.

Corrado Zunino | La Repubblica | 17. 12. 2017

Lascia un commento