Europa e oltre

Nel pianeta Babele colpisci un Paese e ne ferisci cento.

A Londra sono morti rumeni e polacchi a Berlino italiani e israeliani a Nizza russi, ucraini e cinesi.

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Nel pianeta Babele colpisci un Paese e ne ferisci cento.

Non è accaduto solo a Barcellona, l’attentato del 17 agosto 2017. È accaduto in trentacinque Paesi diversi, nello stesso istante. Proiettate su un planisfero, le nazionalità di vittime e feriti toccano tutti i continenti. Dalla Germania all’Algeria, dall’Irlanda agli Stati Uniti, dalle Filippine al Pakistan, da Cuba alla Cina il mondo, tutto sullo stesso viale, in un pomeriggio d’estate.
Elke, quarantaquattrenne belga, accanto a Francisco, cinquantaseienne spagnolo. Bruno, italiano trentacinquenne, accanto a una donna australiana. Bruno che, sei giorni prima di morire, postava sul suo profilo Twitter un articolo “lucido e razionale, in verità un po’ perplesso, sul mondo senza frontiere, su libertarismo, diritto di muoversi e immigrazione islamica. Con queste parole di Stefan Zweig in apertura: «Mi diverte sempre lo stupore dei giovani quando racconto loro di essere stato prima del 1914 a girare l’India o l’America senza possedere un passaporto o neppure averlo mai visto. Si ignorava noi visti, e tutte le seccature; gli stessi confini che oggi, per la patologica diffidenza di tutti contro tutti, si sono trasformati in reticolati da doganieri, poliziotti e gendarmi, non significavano altro che linee simboliche, che si potevano superare con la stessa spensieratezza come il meridiano di Greenwich».
Bruno, Elke, Francisco, Javi – uno accanto all’altro, sconosciuti in una folla pacifica di sconosciuti in movimento. E sempre è così, nelle grandi città; è così sempre, ma è come se non lo vedessimo. I confini, che tanto ci angosciano, si muovono e spariscono, sono già spariti, da decenni, nel disordine elettrizzante delle metropoli globali, torridi Babele polverizzate. I post-it colorati comparsi ieri sulla Rambla, in omaggio alle vittime e alla città, rendevano visibile una impressionante quantità di idiomi-quelli che già poche ore dopo l’attentato sono tornati a mescolarsi lungo una delle strade più cosmopolite, più aperte, più vitali d’Europa.
Gli attentati europei di questi anni rivelano ogni volta, dentro la tragedia, la verità irrinunciabile del nostro meticciato. Emotivo, prima ancora che culturale e sociale. L’agguato terroristico – più o meno preparato, più o meno pesante – non avviene soltanto dove avviene: se a Bruxelles, una mattina di marzo del 2018, una donna liberiana di residenza olandese passa di li – rimanendo uccisa da un’esplosione- per raggiungere Boston, per il funerale del suo patrigno. Se muore a Bruxelles una ragazza nata a Bruxelles: Loubna, genitori marocchini, insegnante in una scuola islamica. Se muoiono insieme Justin e Stephanie, trentenni americani, in Belgio per lavoro. Secondo i programmi, sarebbero rientrati negli Stati Uniti quest’anno.
Il raggio d’azione del terrorismo che chiamiamo internazionale è infinitamente più vasto delle zone che la polizia presidia. E non – come abbiamo creduto – per la paura generalizzata; con quella, stiamo già convivendo. Ma perché anche quando tocca cento esseri umani, cento esseri umani a passeggio spensierati lungo la strada di una capitale europea, tocca e scuote cinque continenti insieme. Sul London Bridge, a giugno, le otto vittime rappresentavano cinque diverse nazionalità – e solo una persona era inglese. La ragazza sbalzata dal parapetto nel Tamigi, Andrea, era rumena. Chrissy, investita dal furgone omicida, era canadese; è morta fra le braccia del ragazzo che stava per sposare. Al mercatino di Natale berlinese si sono trovati per caso Fabrizia, abruzzese trapiantata in Germania, e Dalya, di Tel Aviv. Il camionista che ha lottato con l’attentatore per non farsi sottrarre il mezzo, si chiamava Lukasz, ed era polacco. Sulla Promenade di Nizza c’erano russi, ucraini, svizzeri, armeni, cinesi. Le prime due vittime identificate erano Sean, cinquantuno anni, e suo figlio Brodie, undici, arrivati li dal Texas. Fra i ragazzi del Batadan di Parigi, erano rappresentate ventuno diverse cittadinanze.
Non è solo per via di terribili coincidenze che si annodano i destini. C’entra anche ciò che siamo: la società che i viaggi, gli scambi, le migrazioni, per scelta o per necessità, hanno aperto e ridisegnato. “Globalizzata” e allo stesso tempo angosciata dai confini, preoccupata da muri e bandiere. Nulla è facile e senza traumi, il mondo non è solo la Rambla in un pomeriggio d’estate senza sangue. Ma se per frenare i camion impazziti non riusciamo più a vedere – e a difendere – la meraviglia, il vantaggio, la possibilità che offre il mondo quando è come la Rambla, stiamo combattendo contro noi stessi.

Paolo Di Paolo | La Repubblica | 19/8/2017

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