Politica e lingue

Lettere al Corriere.

13Letture

Lettere al Corriere: risponde Sergio Romano.

Lingua inglese.

Obiettivo trasparenza

Credo che il fiorentino Dante Alighieri — padre della lingua italiana — non avrebbe mai consentito al fiorentino Matteo Renzi di usare termini stranieri indigesti per etichettare riforme di ogni specie. Dopo Jobs act (riforma dell lavoro), siamo costretti ad occuparci di un altro indigesto termine: Foia (Freedom Information Act) a significare il diritto dei cittadini di accedere agli atti e documenti della pubblica amministrazione. Speriamo che Renzi si renda conto che questa non è la strada adatta che conduce alla semplificazione e alla trasparenza. E pensare che Foia costituisce appena il primo di undici decreti attuativi della riforma della pubblica amministrazione! Già immaginiamo il caos e la confusione che ne verrà fuori. Clamorosi precedenti non mancano, a cominciare dalla bella legge scritta e non praticata, la stessa 241/90.
Franco Bellini, Udine
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 20/5/2016).

Brexit

Uso della lingua inglese

Caro Romano, in caso di Brexit l’uso ora preponderante dell’inglese nelle istituzioni europee potrebbe diminuire a favore del tedesco e del francese?
Andrea Bottaro, Genova

L’inglese non è soltanto la lingua del Regno Unito. È anche la lingua degli Stati Uniti. Se la City di Londra declinasse, la finanza internazionale parlerebbe pur sempre la lingua di Wall Street.
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 8/6/2016).

Termini inglesi

Davvero necessari?

Sento a un tg: «Obama annuncia il suo endorsement per la Hillary». È mai possibile che non si possa dire, visto che siamo in Italia: «Obama annuncia il suo appoggio per la Hillary»? Finiamola con questa anglo-dipendenza e non si abbia paura di usare le parole della nostra lingua!
P. Romano Gozzelino
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 11/6/2016).

Lingue della UE

L’Irlanda e l’inglese

Caro Romano, forse nessuno ha riflettuto che se la Gran Bretagna uscirà dall’Unione Europea, l’inglese scompare come lingua ufficiale e quindi non dovrebbe più comparire nelle traduzioni delle varie leggi, regolamenti ecc., né dovrebbe più essere utilizzata negli scambi tra le varie istituzioni.
Marco Steiner , marco_steiner@alice.it

La lingua ufficiale degli irlandesi è il celtico, ma pochi lo parlano e tutti usano l’inglese. Toccherà quindi all’Irlanda, se la Gran Bretagna ci abbandona, conservare l’inglese anche formalmente fra le lingue dell’Unione.
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 12/6/2016).

La difesa della lingua
L’avanzata dell’inglese

Come cambiano i tempi. Ormai anche nelle insegne dei negozi predomina l’inglese. Nel 1864 a Roma, in pieno Stato Pontificio, un articolo del regolamento edilizio vietava l’uso delle scritte in lingue straniere sulle botteghe. Ingiungeva per di più che quelle straniere già installate, fossero accompagnate dalla traduzione in italiano. Dieci anni dopo, nel Regno d’Italia, l’articolo 10 della legge 14 giugno 1874 (rimasta in vigore fino al 1910) recitava: «I Comuni avranno facoltà di imporre una tassa sopra le insegne (…) relative ad un esercizio o ad un commercio. La tassa potrà essere stabilita da centesimi 5 a centesimi 10 per ogni lettera scritta nell’insegna (…). La tassa potrà essere del doppio per le insegne scritte in lingue straniere». Durante il periodo fascista in caso di insegne in lingua straniera la tassa era obbligatoria e pure quadruplicata, con un minimo di 100 lire per insegna. Nel XXI secolo sono tornati i centesimi, ma sono aumentate le insegne straniere.
Claudio Villa, Vanzago (Mi)

Caro Villa,
Dalle notizie che lei ha raccolto sembra che le misure adottate nello Stato Pontificio e nel Regno d’Italia avessero contemporaneamente due motivazioni: proteggere la lingua italiana dalle contaminazioni straniere e trarre dall’operazione qualche beneficio fiscale. Durante il fascismo lo scopo era prevalentemente linguistico. Vi fu una fase, negli anni del regime, in cui si cercò di ripulire l’italiano da tutte le «brutture» che si erano accumulate col passare degli anni. Credo di avere già ricordato in altre occasioni che il cherry brandy (un liquore di ciliegie, oggi meno noto e bevuto) divenne, grazie alla fantasia di Gabriele D’Annunzio, «sangue morlacco», che il cognac divenne «arzente» e il sandwich «tramezzino».
Queste preoccupazioni non sono soltanto italiane. Vi è stato un momento in cui i ticinesi, preoccupati dalla crescente germanizzazione del loro Cantone, hanno cercato di evitare (non so con quale risultato) che le insegne dei negozi fossero in tedesco. Uno dei principali compiti dell’Accademia francese è quello di verificare la legittimità linguistica delle parole che fanno continuamente la loro apparizione nell’uso quotidiano, e di coniare parole nuove che possano contrapporsi a espressioni straniere, soprattutto nel campo delle nuove tecnologie. In qualche caso questa politica linguistica ha dato buoni risultati. «Software» (sistema di programmazione) è stato tradotto con il neologismo «logiciel»: un termine in cui sono state felicemente combinate una parola greca (logos, il verbo) e una parola di origine latina (ciel). In altri casi i neologismi, dopo essere stati approvati, invecchiano sotto una coltre di polvere sugli scaffali dell’Académie.
A me sembra che occorra fare qualche distinzione. Per le insegne dei negozi, le norme dovrebbero essere liberali. In ultima analisi e salvo qualche eccezione ben motivata, il proprietario o il gestore dovrebbero essere liberi di chiamarsi come vogliono. Avrei qualche dubbio invece su certi annunci pubblicitari pubblicati dalla stampa in cui si lanciano messaggi in inglese diretti a un pubblico italiano su giornali italiani. Forse gli autori credono di essere cosmopoliti; ma son
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 13/6/2016).

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