Politica e lingue

Ma gli studenti stranieri vengono in Italia perché vogliono imparare la nostra lingua.

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Il dibattito sul “NO” ai corsi laurea solo in inglese.

Ma gli studenti stranieri vengono in Italia perché vogliono imparare la nostra lingua.

La decisione del Consiglio di Stato (non certo fulminea, perché ha richiesto circa cinque anni di pensamenti) che ha annullato l’attivazione da parte del Politecnico di Milano di corsi di laurea solo in inglese continua a suscitare accese polemiche, che spesso però stanno perdendo di vista il vero problema e stanno scivolando verso derive similpolitiche da approssimativo clima preelettorale.
E così se da una parte l’Accademia della Crusca esulta per questa “bellissima vittoria”, i sostenitori della necessità inderogabile dell’inglese nelle aule dei nostri Atenei accusano con veemenza la magistratura di ostacolare lo sviluppo internazionale delle università italiane.

A sostegno di questa convinzione è la certezza che gli studenti stranieri non verranno mai in Italia se le lezioni si continueranno a tenere solo in italiano e andranno invece in altri Paesi nei quali le lezioni sono tenute in inglese; e a sostegno di questa certezza si è letto che un cinese non verrà mai in Italia per studiare ingegneria o altre materie scientifiche insegnate nella nostra lingua. Ma è davvero così? Prima obiezione: l’inglese non è la lingua conosciuta e parlata in tutto il mondo perché non la conoscono o la conoscono male appunto i cinesi, gli arabi e gli ispanofoni (e dunque oltre un terzo degli abitanti del mondo) e in molti Paesi dell’Africa si conosce, tra le lingue internazionali, più dell’inglese il francese, con conseguente maggiore facilità, come nel caso degli ottimi  studenti camerunensi, di apprendere presto e bene l’italiano.

Ma per tornare agli studenti cinesi, non è vero che non scelgono di venire a studiare in Italia perché le lezioni non sono in inglese; per non andare lontano, ogni anno, e ormai da molti anni, sono oltre 100 quelli che s’iscrivono all’Università di Genova e di questi, nel corrente anno accademico, 15 frequentano le lezioni in italiano del corso magistrale di Design industriale e altri 30 sono iscritti a corsi triennali tutti in italiano. E comunque anche il nostro Ateneo persegue un’oculata apertura internazionale, avendo all’attivo oltre una decina di corsi di laurea magistrali in inglese e altri intendendone avviare in settori scientifici, dove in effetti l’uso della lingua inglese risulta più funzionale; ma sarebbe sin troppo ridicolo fare lezioni in inglese sulla storia romana o sulla letteratura latina.

E allora, fuori degli estremismi, della mancanza di dati certi e dei luoghi comuni infondati (l’inglese oggi sostengono in molti – è quello che ieri era il latino; ma questo era la lingua scritta dei pochi dotti per lo più ecclesiastici, mentre l’inglese oggi è la lingua parlata e scritta del dominio della tecnologia e degli affari, insomma dei moderni conquistatori che non si presentano più, come i legionari romani o i francesi di Napoleone, in vesti militari) la soluzione di buon senso la offre proprio la contestata sentenza del Consiglio di Stato che autorizza l’attivazione di corsi in italiano affiancati da corsi anche
in altre lingue; ben vengano allora corsi in inglese laddove questa lingua è una sorta di gergo insostituibile, anche se poi la maggior parte delle parole della modernità tecnologica discende dalla nostra antica cultura come, tanto per fare un esempio familiare a tutti, il basilare “personal computer” formato da una parola, “persona”, di origine etrusca che voleva dire “maschera” e poi “individuo”, e da un’altra che discende dal latino “cumputare”, cioè “contare”. Ma c’è infine un’altra riflessione necessaria: nella maggior parte dei casi gli studenti stranieri si iscrivono alle Università italiane (e a Genova ogni anno sono oltre 500 di una cinquantina di Paesi di tutto il mondo) proprio perché sono in Italia e vogliono vivere da noi perché amano (forse anche più di noi stessi) la nostra cultura e la nostra arte, la nostra cucina e i nostri paesaggi; ed è significativo che anche gli studenti stranieri che a Genova frequentano i corsi in inglese chiedono di studiare l’italiano, che non gli serve per la formazione universitaria ma per la loro esperienza partecipe di ospiti temporanei di una città nella quale vogliono vivere non da stranieri. Insomma, l’uso di una lingua o il rifiuto di un’altra non s’impongono per decisioni che piovono dall’alto, ma per quelle che sono le reali esigenze e le reali richieste suggerite dalla conoscenza dei problemi e non da immotivate faziosità.

Francesco De Nicola (presidente del Comitato di Genova della Dante Alighieri | Il Secolo XIX | 13.2.2018

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