Politica e lingue

Perché servono quei master e quei dottorati in inglese (secondo Severgnini): chi non condivide è “retromarcista”.

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Perché servono quei master e quei dottorati in inglese.

risponde Beppe Severgnini.

Caro Beppe Severgnini, ho letto il suo intervento sulla questione dell’inglese al Politecnico “Il Politecnico, l’inglese e i Retromarcisti” ( http://bit.ly/2nO8hJr ). Credo che lei dovrebbe riflettere meglio sulla tematica, che è molto seria, anziché vantarsi del suo splendido eloquio inglese e della sua familiarità con i c.d. millennials. Trovo di pessimo gusto da parte sua dare dei reazionari (“retromarcisti”) a quanti difendono la lingua italiana (sì, la difendono! Nessuno “attacca” gli insegnamenti in inglese). Se ha un po’ di tempo si legga la sentenza n. 42 del 2017 della Corte costituzionale, dove peraltro si dice che “Le legittime finalità dell’internazionalizzazione non possono ridurre la lingua italiana, all’interno dell’università italiana, a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria, di vettore della storia e dell’identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare”. Come non sottoscrivere un principio così ragionevole? Internazionalizzazione non significa parlarsi in inglese (o, meglio, “angloide”) tra italiani; gli studenti stranieri non arrivano perché si fanno corsi soltanto (e, ripeto, soltanto) in inglese. Sarebbe un po’ troppo semplice, non crede? Le assicuro che in Francia e in Germania arrivano studenti da tutto il mondo a studiare le materie più varie, e sono ben lieti di imparare il francese e il tedesco, oltre che diversi modi di pensare e di fare ricerca. Questo è davvero arricchimento culturale: aprirsi a culture e lingue diverse. Quello che lei e altri propugnano è invece – secondo me – un impoverimento, una grande omologazione miope e provincialistica. Lei sogna un mondo dove nelle università tutti parlano angloide e fanno ricerca allo stesso modo? Io no. Cordialità,
Edoardo Caterina, ed.caterina@gmail.com

Il punto è, caro Edoardo Caterina, che pochi master e dottorati in ingegneria non “riducono la lingua italiana, all’interno dell’università italiana, a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria, di vettore della storia e dell’identità della comunità nazionale”, eccetera.

Quei master e quei dottorati servono invece a:

(1) Fornire agli stdenti la possibilità di svogere il lavoro di ingegnere nel XXI secolo, dove vogliono e come vogliono.

(2) Prendere atto della realtà. Lei sapeva che molti testi di ingegneria non neppure tradotti e le pubblicazioni internazionali sono tutte in inglese?
Crede che questo cambierà, dopo le nostre sentenze?

(3) Attirare studenti d’ingegneria stranieri in Italia, dove abbiamo ottimi Politecnici (quegli studenti, mentre sono qui, impareranno anche l’italiano,
stia sicuro.

Ecco cosa la Corte Costituzionale e il Consiglio di Stato sembrano non voler capire. In quanto all’Accademia della Crusca, sono sorpreso di ritrovarla tra i Retromarcisti, in questo giro. Dev’essere un riflesso condizionato, ma sono sicuro che almeno lì capiranno d’aver sbagliato.

italians.corriere.it | 7.2.2018

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