Politica e lingue

Inglese, inglese dappertutto…

91Letture

Italians.

Lettera Dobbiamo imparare ad imparare!

Caro Beppe, qualche giorno fa scrivevi che chi viaggia sarà presto spiazzato dalle novità digitali in arrivo e che la rivoluzione digitale rischia di scavare un fossato tra due generazioni. Credo ci sia anche un altro rischio. Inondati dai nuovi strumenti digitali, rischiamo che a finir sommerso sia uno strumento per noi ben più fondamentale: il nostro stesso linguaggio. L’invasione di nuovi vocaboli – molti in arrivo proprio dal mondo digitale – ci induce infatti a trascurarlo. Pochi ne fanno un’adeguata manutenzione, arricchendo quotidianamente il loro lessico ed allenandosi ad utilizzarlo appropriatamente. Lo sottolineava già Tullio De Mauro, qualche anno fa. La padronanza d’uso del linguaggio si manifesta nel sapersi esprimere, nel saper scrivere e, dunque, nel saper comunicare. Ma il linguaggio non è soltanto strumento in uscita, utile ad esternare il proprio pensiero. È anche strumento in entrata: serve per apprendere e per capire il mondo in cui viviamo. Una maggior padronanza del linguaggio ci renderebbe certamente più preparati ad affrontare le novità in arrivo – digitali e non. Tra l’altro, è un bisogno che accomuna indissolubilmente nuove e vecchie generazioni. Ognuna con i suoi ritmi ed esigenze, ben inteso. Ma credo ne abbiano entrambe uguale necessità. Ci vorrebbero dunque delle palestre di apprendimento e di ginnastica lessicale, diffuse un po’ ovunque. Da poter frequentare all’uscita del lavoro, in alternativa – ed alternanza – a quelle dove si allenano bicipiti ed addominali. Penso che qualcuno dovrebbe proprio allestirle. Sono certo che potrebbero frequentarle tutti con gran profitto: giovani e non. Se vogliamo riuscire a stare al mondo, oggi, temo non ci sia scelta: dobbiamo imparare ad ad imparare, e farlo velocemente, pure. Ce lo dice anche l’Europa: http://www.competenzechiave.eu/imparare_imparare.html – Allora, qualcuno la mette su una palestra del genere? Ho già in mente un po’ di esercizi. Dovrebbero anche essere piuttosto divertenti.

italians.corriere.i | 20.1.2018

Italians.

Lettera Inglese dappertutto: siamo asfissiati, abbiate pietà.

Caro Beppe, leggo in una pubblicità di una ditta che vende mobili: “il tuo bagno, il tuo living, la tua cucina”. Il termine “soggiorno” evidentemente non piace più e si sente il bisogno di rottamarlo, per sostituirlo con un “living”, che è un termine più “smart” o, per così dire, più “fashionable”. A quando il bathroom e la kitchen, per sostituire il bagno e la cucina? Perché la mediazione finanziaria deve diventare un “brokeraggio”? Non dico che il broker debba sparire, ma sarebbe bene che alternasse la sua attività con un mediatore. Non c’è un solo tipo di broker, così come non c’è un solo tipo di mediatore, quindi l’uso del termine inglese non garantisce affatto maggiore chiarezza e univocità. I nostri giornalisti continuano a riempirsi la bocca di fake news, quando potrebbero lasciar spazio, almeno ogni tanto, anche a fandonie, bufale, falsità, imposture, frottole, menzogne, favole, bugie, panzane, fantasie, balle, bubbole e fole. A volere, sinonimi ce ne sono altri ancora, perché la nostra lingua, quando la si conosca, è perfettamente in grado di camminare con le proprie gambe e senza l’aiuto di protesi o stampelle chieste in prestito. In sostanza essa non deve chiedere mai, come diceva Lino Banfi, “niente, a nisün”. E’ vero che anche la lingua inglese ci ha rubato lo scenario, la ballerina (quella classica), l’opera (quella lirica) e – in verità più ai greci che a noi – pure il panorama (specialmente quello internazionale), ma tutto ciò è ben poca cosa rispetto a ciò che sta pietosamente mendicando la nostra lingua a quella inglese. Sempre più disprezzata e bistrattata, pare ridotta a povera in canna, costretta per sopravvivere a chiedere la carità. Povero idioma. Non se ne può più di jobs act, di spending review, di welfare, di mission, di outsourcing, e neppure di trend, di trainer, di device, di card, di fashion, deregulation, escalation e location, per non dire poi del workshop, del target e della customer satisfaction! Basta, siamo asfissiati. Abbiate pietà.
Omar Valentini, omvalentini@gmail.com

italians.corriere.it | 19.1.2018

L’amor di patria per la lingua.

Ho visto che i francesi hanno ancora una volta esaltato il loro senso nazionalista. La commissione ha vietato l’uso delle parole inglesi, per esempio ‘smartphone’. Ma gli esempi sono tanti, si moltiplicano per tutti gli anglismi che sono entrati a far parte del linguaggio comune. Vale per la Francia, ma vale anche per tutti gli altri Paesi europei, Italia compresa naturalmente. Solo che noi non abbiamo lo stesso tipo di ‘sentimento’ dei nostri cugini transalpini. Non so se sia bene o male, non mi esprimo su questo. Osservo soltanto che in Francia “questo senso di appartenenza” alla prpria cultura, senza contaminazioni estere, è più forte che altrove. Di sicuro è più forte che da noi. Ma la Francia ha comunque problemi di altro genere: l’erba del vicino non sempre è più verde. Giorgio Ferrini, Pistoia

La Nazione | 17.1.2018

Lascia un commento