Politica e lingue

Lingua italiana tra l’incudine dei dialetti e il martello dell’inglese.

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Povera lingua italiana, assediata dai dialetti dal basso e dall’inglese.

All’Archivio di Stato è aperta da qualche settimana e lo resterà sino ai primi di dicembre una mostra che documenta la storia del genovese, dall’Anonimo rimatore del Medioevo a De André.
Essendo curata da una valida archivista, Giustina Olgiati, e dal maggior conoscitore dei dialetti liguri, Fiorenzo Toso, la mostra merita certamente di essere visitata perché è un’occasione godibile e istruttiva per riflettere un po’ sulla nostra storia, a partire appunto dalla lingua.
Vi si può osservare, tra le tante altre cose, la ricerca, difficile e mai davvero conclusa, nonostante l’autorevolezza delle proposte di un importante poeta cinquecentesco come Paolo Foglietta, di una grafia che desse modo di fissare nell’alfabeto latino le proprietà fonetiche del genovese, così particolari, a metà strada tra quelle espresse dai dialetti settentrionali e quelle che caratterizzano i dialetti meridionali.
La definizione di una ‘scripta’ è infatti uno dei tratti essenziali alla vita e all’identità stessa di una lingua, perché il solo uso parlato non basta a tramandarla nel tempo e a contenerne tutta la cultura. Ora, chi ancora oggi osservi qua e là, su insegne o manifesti, scrizioni in genovese, noterà facilmente l’oscillazione e la precarietà della grafia di questa o quella parola o frase. Da che cosa dipende? Dipende dal fatto che per quanto il genovese abbia avuto una tradizione scritta autorevole e lunga, non l’ha avuta né così autorevole né così lunga da produrre quel lavoro di sistemazione della sua scrittura che si chiama grammatica, se non molto, troppo tardi, fuori tempo massimo, per così dire.

La definizione di una grammatica è uno degli atti fondativi di una lingua. Non il primo, beninteso; ma uno di quelli necessari. E il genovese non è una lingua. O meglio: dopo esserlo stato in epoca medievale, non ha poi avuto la forza (culturale, economica, politica) per continuare ad esserlo e dotarsi di una grammatica, come invece ha fatto l’italiano. Ecco allora dove è imprecisa la cartellonistica che pubblicizza l’importante e meritevole mostra: nel parlare di lingua genovese. Precisiamo: ogni parlata, anche quella del più piccolo borgo, è una lingua, nel senso che è un sistema di segni codificati per comunicare. Definire lingua il genovese non è sbagliato. Lo sarebbe definire lingua il ligure, come è stato fatto dalla Regione Lombardia parlando di lingua lombarda, espressione vaga, perché tra il bergamasco e il milanese e il varesotto non ci sono meno differenze che tra l’italiano e il portoghese. Mentre si può parlare in qualche modo di lingua milanese o bergamasca, genovese o savonese, non si può parlare di lingua lombarda o di lingua ligure. Quindi lingua genovese non è scorretto. Ma è equivoco. Da tempo infatti la linguistica distingue una lingua da un dialetto, perché la prima copre i bisogni comunicativi più diversi (dal bar allo studio medico all’aula universitaria) di una comunità, lo fa sia nell’orale che nello scritto ed è regolata da una grammatica esplicita e impartita; il secondo invece copre esigenze comunicative più circoscritte (in casa, tra amici), è più usato nell’orale che nello scritto e non è dotato di una grammatica univoca e autorizzata che ne espliciti le regole di funzionamento. Da qualche anno invece i pur lodevoli difensori e promotori dei dialetti usano per essi la parola lingua, come per riconoscere loro uno statuto pari a quello dell’italiano. Il che non è. In genovese non si fa una diagnosi clinica né il progetto di un ponte né un saggio filosofico. Quando lo si scrive si è incerti in molti punti della grafia, perché la sua grammatica non è sufficientemente stabile e riconosciuta. Anticamente i dialetti in Italia coprivano tutte le funzioni di una lingua; in genovese si scrivevano trattati commerciali e morali; Manzoni parlava di filosofia in milanese. Dopo il Cinquecento la scrittura in dialetto si è ridotta quasi ovunque in Italia (solo in Veneto ha resistito di più) e si è confinata in poesia, nelle canzoni e nel teatro. Ma quasi nessuno ha più scritto trattati o leggi o sentenze. Ha resistito nel bello, ma non nell’utile. Stessa contrazione nel parlato dall’Ottocento in poi, fino alla quasi scomparsa novecentesca. Lo spazio delle lingue locali si è ridotto: la comunicazione più socialmente importante e articolata si è svolta in italiano. Per questo le lingue locali sono classificate come dialetti. Anche il glorioso genovese. Negli ultimi anni però il successo politico delle forze autonomiste, prima di tutte la Lega di Bossi, ha spinto alla riabilitazione dei dialetti come lingue, con un’operazione che nasconde e trucca la loro realtà odierna. Parlando di lingua genovese o lombarda o piemontese si vuole ridurre il ruolo linguistico dell’italiano nazionale. Il caso Bucci è esemplare: inglese e dialetto (come sui suoi manifesti elettorali) sembrano coprire tutto lo spazio linguistico di una cultura che cancella lo stato, la comunità allargata che si riconosce in una stessa lingua, bypassa l’italiano e ipotizza un bilinguismo genovese-inglese, lingua del borgo e lingua del mondo. Tra le tante cose che traballano in Italia c’è anche l’italiano. E traballa perché spintonato dall’inglese in alto e ora anche dal folclore dialettale in basso.
I dialetti non possono più sostituirsi all’italiano, non solo perché, come diceva Pavese forse esagerando, sono sottostoria, ma anche perché non sono attrezzati ad affrontare la storia. L’italiano lo sarebbe, ma l’inglese gli fa una concorrenza formidabile e non è escluso che ceda davanti a un futuro di piccole patrie vernacolari e di un pianeta anglofono. Ma sarà una grave perdita culturale. Come è stata una perdita la fine del genovese come lingua dopo il Medioevo. L’Italia, la nostra cultura sono identificate dall’italiano; cancellare l’italiano significa cancellare l’Italia. L’italiano non lo cancelleranno certo i dialetti, ormai sconfitti dalla storia (neppure l’orgoglioso catalano può concorrere col castigliano per importanza culturale). Potrà invece impoverirlo l’inglese, la cui vittoria potrebbe trasformarlo in un dialetto, lingua del bar e della famiglia, ma non della politica, degli affari, dell’alta cultura, della scienza. Piuttosto che promuovere a lingua il dialetto, dovremmo impegnarci a difendere la nostra
lingua dal rischio di diventare anch’essa un dialetto. Anche perché se l’italiano diventerà un dialetto dell’inglese, ci sarà ancor meno spazio per i vecchi dialetti dell’italiano come il nostro amato genovese, la cui storia è intrecciata fittamente a quella della lingua nazionale. Per questo sarebbe meglio non giocare con le parole e dire dialetto al dialetto e lingua alla lingua. Almeno parlando di linguaggio, bisognerebbe usare le parole giuste.

Vittorio Coletti | GENOVA.REPUBBLICA.IT | 22.10.2017