Minoranze, popoli tradizionali e indigeni.

Il «grido» di Rigoberta Menchù: «Scomparire? È peggio di essere uccisi».

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L’intervista. Il «grido» di Rigoberta Menchù: «Scomparire? È peggio di essere uccisi».

La premio Nobel: bisogna preservare la memoria delle vittime.

Tutti siamo migranti. Da milioni di anni abbiamo attraversato il pianeta in cui ci tocca vivere. Non vedo la novità di chi lo scopre oggi». Rigoberta Menchù, indigena del Guatemala, è stata migrante in Messico per scappare da morte sicura. Combattente per la difesa della terra, sopravvissuta allo sterminio della sua famiglia, ora si sente libera. Anche nell’affrontare questioni spinose. Dopo aver vissuto dolorose tragedie familiari e ottenuto il Nobel per la pace nel 1992, continua a testimoniare la sua storia di donna e di indigena in un Paese “machista”. L’attivista per i diritti umani guatemalteca è ospite in questi giorni in Messico alla Fiera internazionale del libro di Arteaga, dove un gruppetto di giornalisti scalpita per ascoltarla parlare di infanzia. Arriva in albergo con un abito vivace, tipico dei Maya Quichè. Al collo un vistoso medaglione. Mentre il Paese piange un bimbo di 4 anni ammazzato in una rapina, il suo intervento è dedicato ai giovanissimi.
«Una parte importante per la crescita della società è il loro sviluppo: iniziano a conoscere il mondo attraverso il nucleo a loro più vicino; è li che fanno un’esperienza utile per il futuro. Vedo la differenza di bimbi cresciuti con i nonni e i genitori, con una visione integrale della famiglia, rispetto a chi è abituato alla violenza domestica».
Come si vede oggi?
Sono passati 25 anni dal premio Nobel… che nostalgia! Il futuro? Spero in una vita attiva, un’agenda piena di impegni con giovani, l’università. Mi piacerebbe creare giochi elettronici per bimbi.
Ha vissuto molte prove, ma adesso si vede diversa?
Mi hanno detto che era una vergogna dare un Nobel a una giovane, una donna. Indigena. Dall’altra parte c’era invece chi aveva apprezzato. Ora sono libera, ho pagato per questo.
Ripensando alla sua condizione in Guatemala, quanto è stato importante, nel cammino della giustizia, il coinvolgimento delle vittime?
Tutto parte da lì. Avviare processi in cui le vittime non siano solo oggetto, ma protagonisti di un cambiamento per ricostruire la propria vita. Noi abbiamo studiato la Costituzione, la legge. Investigato. Imparato che bisogna preservare la memoria della vittima. Dopo 16 anni ho una sentenza del tribunale. In Messico alcuni familiari di vittime hanno criticato la legge sulla sparizione della persona. La lacuna della sparizione forzata è un delitto sociale. Un crimine. Si vive una vita diversa. Dopo 36 anni penso a mia madre, scomparsa, e la vedo alla porta di casa. Un desaparecido non è lo stesso di una vittima ammazzata, è (se mai fosse possibile) persino peggio. Non ci sono leggi che soddisfano ma bisogna avanzare con il percorso di giustizia. Oggi abbiamo pene con 25 anni di prigione per questo da traslare in altri Paesi. Cosa pensa sulle sparizioni di irregolari al Passo del migrante in Messico?
Da sempre attraversiamo il pianeta. Ma ora il migrante è più pratico. Cerca miglior salario, miglior vita, migliore auto. Non accetto che un padre mandi negli Usa i figli con il rischio della violazione dei propri diritti per avere più soldi. Bisogna fare attenzione ai bimbi, difenderli dalla schiavitù.
Nel suo Paese oggi c’è molto odio, razzismo, violenza.
Abbiamo presidenti che hanno ottenuto il potere grazie a campagne di disprezzo. Come possiamo vivere se si ufficializza tutto ciò? Il Nobel ha in qualche modo svelato la realtà indigena al mondo, e di
un Paese macchiato di sangue. Sembravo l’unica sopravvissuta del mondo indio, portavoce di sparizioni, torture e genocidi. Oggi abbiamo la Dichiarazione dei Diritti Indigeni, il Convegno 169 e il cambio della costituzione in Bolivia.
Qual è oggi il suo sogno?
Lavorare per i bambini, sulle loro letture, per un presente senza barriere. I libri come una realtà che ci apre gli occhi e porta i bimbi a essere i protagonisti del domani, cittadini del mondo.
Nicola Nicoletti
(Da Avvenire, 13/5/2017).

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